di Diana Maltagliati

Ieri sera ho avuto la prima crisi di mezza età della mia vita. È stato orrendo. Come si fa ad avere una crisi di mezza età prima dei 30 anni, mi chiedete voi? Vi assicuro, me lo sono chiesto anche io. È che sono brava, io, con le crisi in generale. Bravissima, davvero. Le ho tutte. Tutte le paturnie, le manie, le malattie immaginarie, i disagi della società e quelli contro la società. Ma andiamo con ordine (eh, ho anche la mania dell’ordine, problemi?).

Ieri sera sono stata per la seconda volta al Teatro di Documenti per seguire prove ed esibizioni del NOpS Festival. Appena entrata nella sala mi sono seduta in un angolo, stordita dalla confusione. Trenta persone almeno: chi cantava limandosi le unghie, chi sistemava le luci, chi attaccava un computer alla presa, chi piegava con precisione un lenzuolo bianco, chi spostava panche, chi osservava in silenzio. E sapete una cosa? Ci ho messo svariati minuti (ma tanti, proprio!) a capire che la ragazza alle prese con un attacco canoro in realtà stava provando. Mi stavo per avvicinare a salutarla, addirittura. Ora, se non capite come questo possa essere collegato a una crisi di mezza età, di sicuro non siete della generazione Disney. Ecco, vi spiego: noi anziani di 30 anni siamo portati a pensare che se una persona vuole impegnarsi in una telecronaca canora di quello che sta facendo o vuole esprimere in musica i propri sentimenti, non ci sia niente di sbagliato. È LEGITTIMATA a farlo da anni e anni alle prese con le care principessine-gonna-lunga dei cartoni animati. Ecco: se a voi giovani questo non capita (e so, dannazione! che non vi capita), noi ci sentiamo vecchi.

Capirete senz’altro che la cosa mi ha scombussolato parecchio. Tanto che nonostante ieri sia stata presa in giro da amici, conoscenti e perfetti sconosciuti per il mio scrivere a raffica su di un quadernetto… la prima cosa che mi è venuta da fare è stata estrarlo dalla borsa ancora prima di aver salutato le facce note del Nogu Teatro.

Credevo che la serata non sarebbe potuta più decollare. Ok, non facciamola più semplice di quanto in realtà non sia: credevo che la mia intera vita, da quel momento in poi non sarebbe più potuta decollare. Quando è iniziato lo spettacolo.

Tre spettacoli, a fare i precisini (non che la sottoscritta lo sia, figuriamoci!). Uno diverso dall’altro per temi, modalità, gestualità degli attori. Ma tutti a formare una perfetta bella serata.

Non sono un critico parruccone hipster di mezza età, quindi non posso proprio scrivere una recensione di testi e spettacoli: non ne sarei in grado. Anzi, a dir la verità durante Countdown, il primo spettacolo, ci ho messo un pochino a collegare tutti i cavetti che accendono le lucine a intermittenza del mio cervello e mi sono persa una lunga parte del senso del testo. Insultatemi, se volete, ma mi sono lasciata cullare dalla sincronia vocale delle due attrici che stavano parlando in quel momento e solo al primo switch di voci ho scelto di iniziare a comprendere anche il senso del tutto.

Ecco, ora che ho perso anche l’ultimo briciolo di credibilità che mi era rimasta, ammettendo di non aver ascoltato, ma solo sentito quello che avevano da dirci le Polis Papin, passo all’artista successivo. Non fate i pignoli, so che ieri non ho fatto il resoconto della serata, ma solo del pre-serata. Vi ricordo che io sono spuntata dal cappello come il coniglio bianco (o con…?), quindi faccio un po’ come mi pare.

Dicevo. Monsieur David lo avevo già conosciuto, sapevo cosa aspettarmi, avendo visto la sua magica prova generale quindi… non mi sono concentrata tanto sul suo spettacolo, quanto sul fissargli i piedi in tutti i momenti precedenti alla sua entrata in scena. Non so se lui lo sa, ma camminando alza sempre di più la punta delle dita del piede destro, rispetto a quella del sinistro. E indossa degli stivaletti alla caviglia neri – gli stessi che porta e toglie in scena – che sembrano morbidi e agili, adatti a un artista che ha fatto dei piedi un’arte. Mi hanno ricordato i tempi maledetti in cui dovevo calzare delle scarpette di pelle nera per gli esami di danza. Erano morbidissime e la suola era formata da due pezzi ben separati tra di loro per giocare coi movimenti, ma lo stesso più scomodi delle mezze punte rosa col fiocchetto spinto con abilità all’indentro, verso le dita.

E Agnese Nogu e Aleksandros Nogu? Ma si dai , quella coppia sarda… ah Nogu non è un cognome? Giusto. Bè loro hanno letteralmente fatto piangere dalla commozione una ragazza in sala. Non sto esagerando. Una ragazza della prima fila è rimasta commossa per un buon quarto d’ora dopo l’accensione delle luci. Quando per lavoro sono chiamata a osservare ciò che succede, a volte arrivo a dimenticarmi di non essere trasparente, quindi se non mi credete e volete chiedere direttamente a lei, vi passo il suo nome appena mi arriva la denuncia per stalking.

Io non credevo si potesse piangere a teatro. Non fraintendetemi, non sto sminuendo questa nobile arte. È indubbio però che il gioco di scene e i primissimi piani di volti e dettagli del cinema aiutino molto di più ad immedesimarsi, rispetto alla posizione fissa riservata al pubblico di un teatro. La distanza tra attori e spettatori è una questione che fino a ieri sera io credevo fisica e imprescindibile. Mi sbagliavo. Chapeau ragazzi.

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