di Diana Maltagliati

Sapete quegli scrittori che iniziano i propri testi con l’espressione “quel giorno mi trovai catapultato…”? Ecco, quelli. Io fino a ieri non li avevo mai capiti. Me li immaginavo tutti ben vestiti, con il proprio taccuino, a camminare col naso all’insù in mezzo alla campagna. E mentre si arrotolavano una ciocca della barba bianca con la loro penna a scatto, improvvisamente  mettevano una delle proprie Clarks in fallo e cadevano, giù e poi giù ancora, agitando le braccia come dei forsennati – sempre seguiti a ruota dal fedele taccuino – fin nella tana del coniglio bianco.

Ecco io, ieri, ho incontrato proprio il coniglio bianco. Non avevamo un appuntamento, ma lui ha citofonato lo stesso. Ovviamente, come qualunque persona con un po’ di cervello, ho preso giacca e borsa e l’ho seguito fino al Teatro dei Documenti.

“Ritrovarsi catapultato” all’interno di un festival teatrale e per giunta con il pass vip per camerini, prove tecniche e generali, pause sigaretta e caffè insieme agli attori è caotico ed esaltante al tempo stesso. Ti fa pensare che mentre noi comuni mortali ci svegliamo la mattina e imbocchiamo la porta di casa sapendo che dovremo aspettare per almeno venti minuti un autobus che ci porterà in un ufficio grigio e umido che se ci va bene, ma proprio bene, metterà a nostra disposizione giusto giusto una macchinetta del caffè – rigorosamente a pagamento –, per qualcun altro “l’ufficio” è un candido teatro labirintico su due piani e col soffitto a botte.  Un punto a favore per noi “lavoratori comuni”, comunque, è che gli attori che ho incontrato ieri erano tutt’altro che sereni e rilassati perché sapevano che quella loro fortuna se la stavano per giocare a colpi di talento.

Quando ho varcato la soglia del teatro di pomeriggio, comunque, la tensione era ancora moderatamente bassa. Un artista che il teatro “lo fa proprio con i piedi” stava facendo una generale con un giorno di anticipo. Sarà stata la musica, sarà stato che i personaggi non erano persone ma i piedi dell’attore stesso, ma lo spettacolo ricreato per noi pochi curiosi ci ha fatti per un attimo tornare bambini. Neanche il tempo di realizzare che Monsieur David aveva terminato la sua performance, che insieme alla luce sono arrivate quattro ragazze e le loro mille valige. Un vero trasloco in atto all’interno del teatro per chi, come me, non aveva nemmeno avuto il tempo di scoprire quali erano i tre testi che sarebbero andati in scena quella sera. L’istinto di chieder loro se avessero avuto bisogno di una mano con le valige ce l’ho avuto, ma l’ho smorzato in tempo per ricordarmi che non si trattava di signore anziane con le buste della spesa.

Decisa a lasciar loro il tempo per sistemare la scenografia e con una discreta “ansia da trasloco” (che a parer mio dovrebbe assolutamente esser riconosciuta come vera e propria malattia), mi sono spostata nel dietro-le-quinte alla ricerca della borsa che avevo abbandonato non si sa dove. La trovo in un camerino, mi siedo, controllo il cellulare e… iniziano le urla e gli assordanti rumori metallici. Nel tentativo di arginare il mezzo infarto provocatomi dalla sorpresa, cerco la fonte di tanto trambusto e la trovo in una ragazza che gridando a squarciagola stava fustigando una struttura di ferro.  Non potevo rimanere oltre o mi sarei rovinata la sorpresa (se vieni chiamato all’ultimo per raccontare un festival, puoi giocarti senza vergogna la carta ignoranza: perché scegliere di perdere un vantaggio simile?). I maliziosi sappiano, comunque, che non si trattava di un siparietto sadomaso. Ok, sì, l’avevo pensato anche io, ma col teatro sperimentale che circola oggigiorno non me ne potete fare una colpa.

Mi allontano per qualche minuto per sopperire alle mie poco salutari esigenze da fumatrice e nel tornare sono stupita nel constatare che anche i due attori del Nogu Teatro, davanti a me sulla scena, hanno ognuno una sigaretta tra le dita. La loro prova è molto più tranquilla delle precedenti: scenografia essenziale, niente grida, solo una coppia di ragazzi seduta al tavolino a fumare ininterrottamente. Ho già visto altri loro spettacoli e so che tutta quella pace di sicuro nasconde un colpo di scena, quindi volto i tacchi velocemente e torno nel foyer ad aspettare di entrare mimetizzata tra il pubblico, un quarto d’ora più tardi.

Nel mentre, come ogni topo da biblioteca che si rispetti, mi siedo in un angolino a mettere in ordine gli appunti presi durante la giornata… col solo risultato (totalmente non previsto) di spaventare a morte una delle attrici che sarebbero andate in scena di lì a poco, che dopo avermi vista ficcanasare per l’intera giornata dietro le quinte, ha capito che non ero affatto una maschera del teatro e che avrei scritto di loro. Se lei mai dovesse leggere queste parole sappia che non è colpa mia: ho solo seguito il Bianconiglio.

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