La scrittura di “Signori e Signore” di Alan Bennett, da cui è tratto lo spettacolo, è una confessione tra interocutori intimi. Metterla in scena e renderla un fatto teatrale non tradisce questo intento, ma invita lo spettatore a condividere questo momento di intimità. Storie messe su un tavolo, su un letto di lenticche, su un letto di ospedale. Storie raccontate da tante voci e una sola armonia. Il pubblico entra nelle vite dei protagonisti scoprendo debolezze, nevrosi, malattie e l’inerzia di esistenze incastrate in un gioco di specchi che prova a celare la solitudine umana nella consapevolezza di non poterne annullare l’evidenza. Le note grottesche suonate dai personaggi divertono e accompagnano lo spettatore in un’inevitabile riflessione autocritica.

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